1. IL MULO ED IL SUO CONDUCENTE

Questo racconto vorrebbe far rivivere per i bocia del presente un passato che per noi veci è stato già da tempo posto nel bagaglio dell’indimenticabile.

Il mulo, questo equino nato dall’unione dell’asino con la cavalla, simbolo di ostinazione e testardaggine, ha dell’asino i caratteri della testa, e del cavallo la forma del corpo e la statura. Si accontenta di magro foraggio ed è adatto a camminare su terreno accidentato. Utilissimo come animale da traino, da sella, ma specialmente da soma, il mulo è prezioso in montagna.

Generalmente l’accoppiamento fra muli non dà discendenti, ed i pochi che si ottengono sono sterili.

Il bardotto è un animale ibrido, ottenuto dall’incrocio di un cavallo con un’asina. Esso ha, come il cavallo, le orecchie corte e dritte, la groppa stretta, la criniera e la coda folte; ma come l’asino, cui somiglia per sagome e dimensioni, ha gli zoccoli alti e stretti. Ha l’indole, la voce, i difetti e la sobrietà del mulo, ma è meno robusto e resistente al lavoro. Il bardotto sostituisce il mulo in Spagna, in Portogallo e nell’Italia Meridionale, specialmente in Sicilia, dove esso è diffuso come animale da trasporto e lavoro.

Per gli Alpini il mulo è stato un mezzo indispensabile. Viveri, armi, munizioni, foraggi, materiale vario. Ma anche i feriti e morti caricati sui basti (che nell’Artiglieria da Montagna pesavano sino a 75 chilogrammi). Traino di slitte su pista ghiacciata, tra bufere di neve e temperature scese sino a 46° sotto zero. Ore ed ore, giorno dopo giorno, con rare soste. Dai sentieri impervi, con difficoltà di mantenersi in equilibrio, su pietrisco instabile, nei tratti sovrastanti precipizi, ai pianori invischiati nel fango oltre ai garretti, ai guadi dei fiumi in piena, alle piste ghiacciate o sprofondati nella neve.

Come gli Alpini, affamati, sfiniti dagli stenti.

E quando finivano sfracellati nei burroni o cadevano per una sventagliata di mitragliatrice o squarciati da qualche granata, la loro carcassa poteva offrire un pasto agli Alpini dopo molti giorni di digiuno e di sofferenze inaudite.

Il mulo è capace di instaurare un’affettuosa amicizia con l’Alpino che lo prenderà in consegna, riconoscendo la sua voce, diventando docile soprattutto con lui, il suo conducente.

Balda, Barca, Grigia, Gelso, Poldo … nomi dei muli che alle volte i conducenti sostituivano con quelli delle loro morose: Rosina, Nerina, Margherita, …

 

2. LA FEDELTA’ DI MERLINO

 

Merlino era un mulo molto bello. Petto, fianchi ed un pelo lucido, nero da far invidia ad un purosangue.

Riottoso però. Per caricarlo su un mezzo di trasporto si doveva bendarlo e ricorrere alla corda piatta. Scalciava e si volgeva di scatto per mordere. Ma un fedele e docile compagno per il suo conducente. Soltanto lui lo poteva imbastare senza che si scrollasse di dosso il carico o si mettesse al galoppo se attaccato alla carretta.

Un giorno dal Comando Reggimento arriva una richiesta di trasferimento di alcuni muli per altri reparti. Dopo un attento esame da parte di una commissione, Merlino viene scelto per le sue doti: prestanza, resistenza, robustezza.

Vettovagliato e preparato, parte per la nuova destinazione dopo una lunga carezza di addio del suo conducente.

Trascorsa una mezza giornata, verso sera, mentre gli Alpini erano in fila per il rancio, si sente uno scalpitio in lontananza. Il suo conducente ne è certo: dev’essere Merlino che arriva al galoppo. Infatti è proprio il suo mulo. Madido di sudore, si mescola agli altri muli alla corda.

Poco dopo giungono trafelati alcuni Alpini per riprendere il mulo scappato. Ripartono con l’animale.

Dopo alcuni giorni però Merlino ritorna di nuovo. Allora arriva un fonogramma del Comando Reggimento: oltre al mulo viene chiesto il trasferimento anche del suo conducente. Ma le cose nell’Esercito non sono mai state semplici: per risolvere le problematica situazione viene indetta una riunione chiarificatrice. Alla fine, considerata l’utilità dimostrata al reparto di provenienza del conducente e del suo mulo riottoso, il loro trasferimento viene annullato.

Una prova tangibile del sentimento di amicizia che lega fortemente il mulo: difficile da governare, ma tanto docile e buono con il suo conducente.

 

3. BARDOLINO SUL FRONTE OCCIDENTALE

 

Le Salmerie si snodano sulla difficile mulattiera della Valgrisanche che, dopo le malghe di Surier, il rifugio Bezzi, tra i ghiacciai dell’Aiguille de la Grande Sassiere e la Granta Parei, porta nella Val d’Isère.

La 43a  Compagnia, Battaglione Aosta dei 4° Reggimento Alpini va al battesimo del fuoco sul fronte occidentale. E’ il 10 giugno del 1940.

Chabod, un Valdostano, pratico di quelle montagne, conduce Bardolino in testa alla colonna. Forte è lo scricchiolio dei ferri del mulo che fa volare lontano i sassi sotto la neve fresca.

Ad un tratto un forte boato che l’eco fa ripercuotere notevolmente nella vallata. Proprio lì davanti alle Salmerie una slavina si stacca dall’alto della parete a monte.

Il mulo Bardolino si impenna ed il suo carico sbatte contro la parete rocciosa. La bestia non riesce più a mantenersi in equilibrio sull’orlo del precipizio, sbilanciata dal basto finito contro uno spuntone. Un’inutile frenata con le zampe anteriori, una giravolta su se stesso, e poi rotola nel vuoto con un prolungato straziante raglio. Si sfracella nel fondo in una pozza di sangue.

Chabod, il suo conducente, piange a dirotto. Nessuno riesce a consolarlo. Vuole scendere in corda doppia nel dirupo per recuperare e sistemare quanto è rimasto.

Il mulo Bardolino è il primo caduto della 43a sul fronte occidentale.

 

4. IL FANGO DELLA GRECIA

 

Di giorno e di notte: corvè incessanti con pioggia torrenziale nelle vallate melmose. Insidiose trappole. In alcuni punti, dove si poteva sprofondare mettendo a repentaglio la vita del mulo e del suo conducente. Spola tra Tepeleni e la linea tenuta dal Battaglione sciatori Monte Cervino, sulle creste del Mali Trebescines, salendo quelle mulattiere che si snodano da Dragoti.

Sei, sette ore di marcia incessante, ed il conducente Bertolli si addormenta camminando attaccato alla coda della sua mula Sarenda, dall’incedere sicuro, sempre in testa alla colonna.

Un giorno Bertolli viene inviato da solo a portare con la sua mula del materiale per una stazione telegrafica. Percorre una pista di fango viscido che cementa gli zoccoli e gli scarponi causando sforzi notevoli per uscirne, ad ogni passo.

La mula Sarenda si ferma. E’ impantanata, si scuote, e Bertolli cerca di tirare a più non posso la cavezza incitandola a viva voce; ma sprofonda anche lui in quella melma.

Cerca disperatamente di tenere la testa della mula fuori dal fango. Momenti di terrore e disperazione perché la notte sta per giungere: allora la fine sarebbe stata certa per entrambi.

Ecco però in lontananza si sente arrivare una colonna di salmerie. Bertolli si mette ad urlare a squarciagola.

Arrivano alcuni Alpini e vanno a prendere dei muli. Gettate le funi ai due malcapitati, mettono pian piano i muli in tiro riuscendo a tirar fuori conducente e mula.

Imbrattati di fango, irriconoscibili, giungono infine a destinazione, consegnano il materiale e poi fanno ritorno al reparto.

Sulla strada dei ritorno, per togliersi di dosso quella crosta melmosa, anziché percorrere il ponte, guadano il fiume.

 

5. RUSSIA

 

Durante l’estate erano state percorse dagli Alpini quelle piste di terra rossa, infuocate dal caldo, in mezzo ad un soffocante polverone sollevato da forti venti, nelle infinite distese della steppa ucraina. Centinaia e centinaia di chilometri di marcia per raggiungere quelle postazioni assegnate lungo le rive del Don.

Poi il ripiegamento invernale: un inenarrabile calvario costellato di situazioni tragiche, sofferenze inaudite, perdite enormi. Colonne interminabili di soldati allo sbando, nell’incessante ricerca di trovare varchi tra le forze nemiche, combattendo disperatamente per rompere l’accerchiamento dei Russi.

E, con gli Alpini ridotti allo stremo, anche i loro muli sono ridotti a pelle ed ossa, denutriti, sfiniti dallo sforzo. Sono impiegato quasi esclusivamente al traino di slitte cariche di feriti e congelati legati uno contro l’altro, ricoperti da un telone irrigidito dal gelo intenso.

Per chi cadeva durante la marcia, era la fine. Nessuno poteva più porgere aiuto.

Un tonfo sordo. E’ quello provocato da un mulo che stramazza nella neve stecchito. Su di lui si avventano alcuni Alpini che, a colpi di baionetta, riescono a tagliare la carne prima che congeli, ed a procurarsi così un po’ di cibo. Sono da cinque giorni a digiuno e stanno marciando da una settimana senza soste.

Un Alpino friulano del Battaglione Tolmezzo riesce a portarsi via una zampa. Durante una sosta in un gruppo di isbe abbandonate cerca e trova un pentolone.

“Hai di fasi un bruud – dice ai suoi compagni – cumò met dentri ance un toc di glace plen de sanc, gevat donge el mul! Cuss’al ven miòr.”

Al mattino gli Alpini affamati buttano giù quella brodaglia rossastra: finalmente qualcosa nello stomaco vuoto! Qualcuno dei presenti commenta: “Sul fronte greco-albanese le bistecche di mulo erano migliori!”

Al mattino quei conducenti, rinvigoriti dal pasto, distribuirono le misere razioni di fieno e neve fusa ai miserabili muli superstiti, loro fedeli, inseparabili compagni, e ripresero la marcia del loro comune calvario.

 

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