PREFAZIONE


Chi non è pratico di mare, soprattutto delle coste istriane, leggendo questo racconto forse non si renderà conto della drammaticità di questa avventura e dei seri pericoli corsi dall’allora-giovane Dino Papo su una “batana” di 4 metri con una vela raffazzonata alla meglio. Per non parlar poi dell’ambiente e del periodo in cui la fuga da Parenzo ha avuto luogo.

La guerra è appena finita ed è in pieno corso quella che oggi viene definita “pulizia etnica”. Decine e decine di migliaia si persone sono già scomparse, uomini, donne, bambini, vecchi … Di molti si troveranno in seguito i cadaveri nelle foibe, altri scomparvero per sempre.

Dino, ufficiale degli Alpini, fervente Italiano, è tra i primi nel libro nero dei “drusi” (compagni) titini, ed è costretto a nascondersi e poi fuggire di notte.

Per chi non lo sapesse, la “batana” è una piccola imbarcazione a vela a fondo piatto, senza cabina, adatta solo per andare a pescare piccoli pesci vicino alla costa, e solo col bel tempo.

A quell’epoca Dino non aveva alcuna esperienza né del mare né dei venti che, come la bora, possono creare seri problemi anche a grossi yacht e navi. Lui si butta a capofitto in questa avventura. Forse non si rende pienamente conto dei pericoli; ma, d’altro canto, cos’avrebbe potuto fare? O il rischio dell’ignoto in mare, o la certezza della morte in foiba, lui e tutta la sua famiglia.

 

Dario Burresi

 

 

… 27 giugno 1945, ore 21 …

 

In silenzio e con un po’ d’ansia più che giustificata, diamo inizio al nostro piano di fuga. La barchetta (una batana lunga 4 metri, larga 1,30, alta ai bordi 34 centimetri) che ci condurrà in salvo viene accostata al punto destinato per l’imbarco. Attorno silenzio. Sulla strada vicina che costeggia la riva qualche passante appare nell’oscurità e ci fa rimanere muti, immobili. La luna mostra a brevi intervalli il suo tondo faccione. Vorrei che, almeno per ora, si nascondesse del tutto. Soffia una leggera brezza che non riesce ad increspare la superficie dell’acqua, liscia e ferma come uno specchio.

Mettiamo in barca una valigia, un sacco pieno, due borse di rete, un fiasco d’acqua ed uno di vino, un ancorotto con diversi metri di corda. Poi il timone, l’albero con la vela arrotolata, il fiocco, il trasto, i remi. Prima mia suocera, poi mia moglie cui porgo la bambina avvolta in una coperta. Ha quindici mesi, Giuliana. S’è svegliata e comincia a piangere. Per fortuna smette subito. In lontananza si sente il suono di un valzer. In piazza i “drusi” ballano. Meglio così. Salgo in barca e raccomando alle donne di stare il più possibile rannicchiate per non farsi scorgere. Non è facile perché la barca è piccola e già piena.

Un commosso saluto a pochi amici presenti che ci hanno aiutato ed ai quali tanto dobbiamo, e poi impugno i remi e vogo lentamente, ma con forza, verso il largo. Molte apprensioni in quel momento: prima quella di sentire da un momento all’altro dalla riva il grido “Stani!” (ferma!) che significherebbe la fine. Mi opprime il peso della responsabilità che mi sono assunto di prendere con me le donne e soprattutto la bambina. Ma non potevo fare altrimenti: da quando avevo dovuto nascondermi le donne erano state continuamente tormentate dalla polizia e non avrebbero potuto resistere ancora.

Mentre continuo a vogare mi assillano molti problemi ai quali non posso dare alcuna risposta: come prenderanno il vento la randa ed il fiocco che ho ultimato in fretta in quello stesso giorno e che non ho potuto provare? Farà acqua la barca messa in mare appena il giorno prima? Avrò vento per navigare verso nord?

O dovremo invece, a mezzo viaggio, rifugiarci in un porto ponendo così fine alla nostra avventura, con tutte le conseguenze del caso?

E’ ormai passata mezz’ora di voga. La brezza si è fatta più forte. Non so con precisione che vento sia; me ne intendo ben poco. Sarà scirocco, penso, viene da sud-est. Il mare ci culla dolcemente. Smetto di vogare per alzare la vela. Svolgo la vela, alzo l’albero. Non riesco a capire nulla tra corde e cordicelle. Finalmente, dopo circa mezz’ora, posso isolare e fissare le due sartie e tirar su la vela.

E’ troppo bassa, tocca il trasto, ma servirà ugualmente. Vado a prua e tiro su il fiocco. Da ultimo metto il timone e giro la barca che intanto era stata spinta quasi a terra. Nessuno ha mai visto una batana con vele simili!

La vela si gonfia, il fiocco pure: si va! Tiro un sospirone di sollievo. Parenzo si allontana con le sue luci, le sue rovine, le sue miserie.

Nel nostro cuore rimane la Parenzo che conoscevamo un tempo, col ricordo degli amici più cari, della bella riva, delle case venete, del suo mare azzurro. Potremo ritornare? Quando?

Passiamo la prima punta, verso Cittanova, dopo circa mezz’ora. Ora il vento si è fatto forte: si fila proprio bene. Ogni tanto bisogna asciugare il fondo che beve continuamente. Io, al timone, sto continuamente sul bagnato. Il mare si comporta bene: le onde lunghe e lente ci spingono pure verso nord. Mia moglie è stesa da un lato della barca, mia suocera dall’altra; la bambina nel mezzo, tutta coperta, dorme tranquilla. Dopo un po’ tutte e due le donne sono vittime di un violento mal di mare, di cui specialmente soffre mia suocera. Non posso portare loro alcun conforto. Passerà.

Corriamo un pericolo ben più grave del mal di mare. Continuiamo così fino alla rada in Val di Torre. E’ la mezza dopo mezzanotte. Sette navi inglesi. Illuminate, sono alla fonda. Passiamo ad un centinaio di metri dalla prima. Udiamo il continuo, intenso rumore dei generatori di energia elettrica. Ci prenderebbero a bordo se andassimo a chieder loro di portarci in salvo? Qualcuno mi aveva detto di no, e non tento nemmeno. Se il mare ed il vento si comporteranno così fino a domani, saremo a Trieste verso le 11 del mattino. Sul molo di Val di Torre, illuminato, non c’è nessuno. La nostra è una barca fantasma, con le sue vele bianche, silenziosa.

Forse da terra si vedrebbe solo la brace della sigaretta che continuamente rinnovo. Dopo Val di Torre, per orientarmi, devo più volte correggere la rotta con la mia piccola e provvidenziale bussola. Il vento, ormai anche troppo forte, ci spinge velocemente. Penso con sollievo che ho avuto la buona idea di applicare all’albero le sartie. Senza queste, credo che l’albero, troppo alto, si spezzerebbe. E’ proprio vero che non c’è rosa senza spine … aumenta il vento, ma di conserva aumentano pure le onde in maniera preoccupante. Se ci colpissero di fianco, invece che a poppa, saremmo costretti a prender terra. La luna appare di rado tra grossi nuvoloni neri. Arriveremo a Trieste?

Giuliana dorme, le donne sembrano da tempo assopite. Dormono? Certo sono sfinite per la stanchezza ed il mal di mare sofferto. Il collasso dei nervi che, prima e dopo la partenza sono stati sottoposti ad un’eccessiva tensione?

Ad un tratto, verso le due e mezza, tra Cittanova ed Umago, vedo a circa duecento metri a prua una sagoma scura. Guardo ancora e, dalla forma che scorgo, mi sembra di riconoscere la chiglia di una barca capovolta. Non dico nulla e, ad ogni buon conto, dirigo la barca verso il largo per passare l’ostacolo sopravento. Sono passati appena  venti, trenta secondi e sento un sinistro “crac”. Il timone non serve più, la barca vira rapidamente e sbanda in modo pauroso, presa di fianco dalle onde. Il momento è critico. Il timone, urtando contro uno scoglio, ha strappato l’occhiello inferiore. L’occhiello superiore per fortuna ha resistito. Il timone è rimasto illeso, ma senza il fermo inferiore non lo si può comandare.

Le donne si sono levate di scatto; grido loro di spostarsi di qua o di là per accompagnare il movimento della barca. Le onde sono alte e minacciose. Ad ogni ondata corriamo il pericolo di trovarci in mare.

Già non abbiamo con noi nemmeno un salvagente. Riesco in pochi secondi ad ammainare vela e fiocco, con grave pericolo di far rovesciare la barca. Afferro un remo, volto la barca contro l’onda per farle tenere bene il mare, e stacco in un attimo il timone appena in tempo per rimettere la barca contro l’onda. Che fare? Andare a terra? E poi? La zona dev’essere disseminata di scogli. Rincuoro le donne, già in preda al panico. Non so come risolvere questo pericoloso problema.

Una provvidenziale idea mi attraversa il pensiero. In barca ho diversi metri di buona corda che serviranno per fissare il timone. Mi accingo alla non facile impresa mentre il vento soffia rabbioso e le onde ci spingono verso masse scure che non possono essere che scogli. Comincio col legare  con la corda il perno inferiore del timone che rimetto a posto infilandolo nell’ultimo occhiello rimasto. Lego fortemente al trasto le due estremità della corda passandone una per ogni lato della barca in modo da centrare il più possibile il timone. Il timone è a posto, ma non è stato proprio così semplice, a dire il vero. Ho dovuto interrompere il lavoro per una decina di volte almeno, per afferrare presto un remo e rimettere la barca contro l’onda. Nel far questo, manovrando da poppa, si è rotto prima uno dei due perni del trasto tra cui si passa il remo, e poi il perno gemello della parte opposta, rendendomi così impossibile remare. Ho fatto prima uno e poi un altro anello con la corda: infilandovi il remo e poi il perno rimasto, servirono egregiamente.

Giuliana non si è accorta di nulla. Dorme profondamente.

A nord le nuvole basse si illuminano a tratti. E’ il faro di Salvore. Il viaggio continua. Tra poco l’alba. Le prime luci del mattino illuminano la costa ed i nostri visi stanchi. Non so perché, ma penso che con la luce del giorno il mare si calmerà. Speranza vana perché, verso le quattro, mentre al largo due piroscafi puntano su Trieste, ho l’impressione che la forza del mare aumenti, per cui non mi arrischio ad attraversare un insenatura di qualche chilometro. Dirigo a terra e sbarchiamo in un’insenatura al riparo dalle onde. Mangiamo senza appetito qualche boccone. Vorrei rimanere lì finché il mare si calma, ma ad un tratto udiamo un rumore di voci ed un abbaiare di cani. Le donne mi convincono a partire subito. Dove siamo? Presto a Salvore, penso. Certo corro con la fantasia più di quanto non abbia corso con la barca.

Verso le cinque e mezzo siamo in vista di un paese che non mi rendo conto quale sia. Un pescatore che mi viene incontro con una barca più grossa della mia mi grida che il paese è Umago. Rimango male; speravo di essere ben più avanti! Le onde sono sempre forti ma regolari, vengono sempre da poppa ed il vento è fortissimo.

Un centinaio di metri prima del porto si spezza il cavo che tiene su il pennone della randa, e la vela viene giù. Sembra impossibile: ci devono toccare proprio tutte. Ammaino in fretta le vele ed impugno i remi. Devo entrare in porto a tutti i costi per riparare il cavo e rimetterlo a posto. Andrà bene? Lo vedremo. Guido la barca dalla parte opposta del molo in faccia a due alberghi, credo. La colombetta di legno, che un tempo avevo applicato sul fondo della barca perché tenesse meglio la direzione, è ora d’impiccio sul fondo si roccia. In pochi minuti levo l’albero, cambio il cavo, lo passo nella sua carrucola e rimetto a posto l’albero. Due “drusi” ci guardano dalla finestre di fronte. Si metteranno in sospetto vedendo una barca carica, con un uomo, due donne ed una bambina, con quel tempo ed a quell’ora, riprendere la via del nord?

Riprendo a remi il viaggio interrotto. Fuori del porto c’è una lanterna, ma penso che, se è lì per segnare una secca, non mi interessa e, anche se ci sono degli scogli, dato che non li vedo, passeremo ugualmente. La barca pesca non più di un palmo! Devo faticare parecchio per avanzare contro vento e contro onda fino a metà distanza dalla lanterna per poi tagliare la zona pericolosa. Finalmente ci arrivo, ma mi aspetta una brutta delusione. Tra un’onda e l’altra spuntano numerosi scogli contro i quali stiamo per sbattere. Con grave sforzo volto la barca ancora contro onda per girare al largo della lanterna. Vogo disperatamente. Se non riesco a compiere lo sforzo, le onde ci sbatteranno contro gli scogli o contro un relitto che giace sul fondo. Da ultimo, quando più forte è la furia del mare, mia moglie che sta a prora, afferra pure lei i remi ed accompagna il mio movimento tirando i remi a sé. La lanterna è girata, siamo in mare libero. Ma quale sforzo! Fatico a parlare. Lascio un po’ che le onde ci portino, poi alzo la vela, senza fiocco, dato che il vento è fortissimo. Difatti, pur senza fiocco, si fila benissimo.

Verso Salvore il mare finalmente si calma completamente quasi all’improvviso, ma cede quasi del tutto pure il vento. Passiamo la Punta di Salvore lentamente, a pochi metri da terra. Impugno i remi e mi metto a vogare.

Ecco Trieste nella foschia del mattino. Ora non temiamo più di non arrivarci. Basta un po’ di vento favorevole, o almeno che il mare si mantenga calmo per poter vogare. Ora Giuliana è sveglia, in piedi. Vorrebbe girare liberamente per la barca. Stando in piedi sul fondo tocca con le manine l’acqua. “Tanti acqua” dice. “Anche troppa” rispondo io. Qualcuno dalla riva ci guarda.

Dopo qualche ora lasciamo indietro Pirano. Il cielo si è rischiarato. All’altezza di Strugnano ricomincia a soffiare il vento, a raffiche. Mi accorgo un po’ tardi (non sono marinaio) che questa è bora, e ormai è già forte. A fatica raggiungo l’insenatura di Strugnano, sperando che la bora ceda presto. Appena sbarcati, stanchi, mangiamo e ci sdraiamo al sole sulla costa brulla, arsa, rovente.

Ci svegliamo dopo qualche ora, letteralmente arrostiti. Interrogo un uomo che passa di là sulla durata abituale della bora in quella stagione. “Due, tre giorni, ed anche più” mi risponde. Stiamo freschi, ci mancherebbe altro!

Al pomeriggio qualche nuvola appare in cielo. La bora cede? Sembra di sì. Montiamo in barca e prendiamo il largo. Per qualche minuto il vento sembra favorevole e poi, d’un tratto, bora della più forte! Volto in fretta la barca e rientro a tutta velocità nell’insenatura. Niente da fare, bisognerà aspettare sino a domattina. Ormeggio la barca sul piccolo molo e poi faccio il giro delle case sovrastanti il porto per cercare un alloggio per la notte. Con un po’ di pazienza, finalmente incontro una signora disposta a cederci l’unica camera disponibile. Trasporto lì tutta la roba, attrezzatura compresa. Fidarsi è bene … !

Dormiamo qualche ora male perché siamo tutti bruciati dal sole. Alle quattro del mattino scendo al molo per vedere com’è il tempo e mettere a posto la barca. Il tempo non mi sembra male e la barca è allo stesso posto dove l’ho lasciata, ma in secca, adagiata sui sassi. La colombetta di legno si è piegata. E’ andata ancora bene. Non avevo pensato la sera prima alla marea, che ad ogni modo doveva essere stata eccezionale. Chiamo mia moglie e col suo aiuto capovolgo la barca, strappo la colombatta e rimetto la barca in mare.

Carichiamo tutto e alle sei, senza perdere tempo, partiamo. Un “druso” armato passeggia ad un centinaio di metri da noi. Punto su Isola, ma dopo poche centinaia di metri torna la bora. Prendo terra su una riva sabbiosa e tiro su la barca perché le onde vengono a rompersi proprio qui, Ancora la sorte ci è avversa. Ci sembra che l’aiuto datoci dal santino raffigurante la Madonna, che mia moglie ha attaccato sull’albero con una puntina da disegno, sia veramente poco, se non addirittura negativo. Siamo esasperati. E se la bora continua per qualche giorno? Saremo scoperti e riportati a Parenzo dopo aver visto Trieste così da vicino ed esser riusciti a superare prove tanto difficili.

Dopo le otto la bora cade, e dopo un breve periodo di calma comincia a soffiare un bel vento di ponente. Non speravo certo tanto, non mi par vero! E’ proprio il vento che ci occorre per proseguire per Trieste. Rimontiamo in fretta in barca, non mi fido con un guscio simile di puntare diritto su Trieste. Ci troveremmo per troppo tempo in mare aperto. Preferisco puntare su Isola e poi sulla duplice punta di Muggia.

Fino ad Isola il vento non è forte. Il sole scotta molto. La traversata tra Isola e la prossima punta è lunga, ma spero nel vento costante. Più avanziamo e più il mare ingrossa ed il vento aumenta. Si corre veramente bene. Avvicinandoci più alla punta, le onde che ci vengono di fianco minacciano di riempirci d’acqua. Ad ogni onda do un colpo di timone per presentarle la poppa. Fortunatamente a Strugnano avevo cambiato la corda di fortuna che tiene il timone e che era già logorata. Resisterà ora con questo lavoro? Passiamo la prima punta e dirigo sulla seconda, l’ultima. Il mare aumenta. Un aeroplano inglese viene in picchiata verso di noi. Mia moglie non riesce a nascondere la paura: li abbiamo visti tante volte gettare bombe proprio così! Ci passa vicino un peschereccio con una grande falce e martello dipinti sulla vela. Momenti si trepidazione.

Non mi arrischio a doppiare la seconda punta a vela, tanto forti sono le onde ed il vento. Ammaino le vele, ed a remi, con molta fatica. Doppio la punta, e dopo una mezz’ora lego la barca internamente alla diga che ripara il porto di Trieste. Sbarchiamo e ci mettiamo un po’ a posto. Siamo ridotti veramente male, ma le nostre fatiche sono coronate da successo. Sentiamo già nell’aria qualche cosa di diverso, di chiaro, che ci fa dimenticare la stanchezza e le passate preoccupazioni.

Dopo un’ora circa, verso le 12 del 29 giugno, rimontiamo per l’ultima volta in barca, ed a vela dirigo verso il porto. Il vento è un po’ irregolare, in aumento; il mare, benché al riparo dalla diga, sembra bollire, senza direzione. Vorrei arrivare al molo Pescheria, ma non mi fido. Il mare sembra impazzito, il vento soffia a raffiche fortissime. A stento riesco a raggiungere il Bagno Ausonia dove pochi bagnanti ci aiutano a sbarcare e dimostrano lo loro meraviglia quando diciamo da dove siamo partiti. La barca corre il rischio di sfasciarsi contro le colonne di cemento dello stabilimento balneare, per cui a forza di braccia la tiriamo sulla piattaforma. “Tra poco la libecciata raggiungerà il massimo – dicono – l’avete scampata bella!”

La Madonna non ci aveva abbandonato.

Dino Papo

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