Il 28 marzo si stava concretizzando la realizzazione di un piano per l’occupazione del Monte Marrone e della Valle di Mezzo. Il Monte Marrone non era costantemente presidiato dalle forze germaniche (3 battaglioni di Gebirgjàger) che preferivano un tipo di difesa campale, con postazioni mobili ed una saltuaria sorveglianza svolta mediante l’impiego di pattuglie che si alternavano a perlustrare le pendici.

Considerando l’inclemenza della stagione e la quasi impraticabilità delle vie d’accesso dell’altura, i Tedeschi dormivano un pò sugli allori e certamente si ripromettevano di prendere saldamente possesso del Monte Marrone solo al sopraggiungere della buona stagione, risparmiando per il momento i loro già molto provati e ridotti effettivi.

Il Battaglione Alpini Piemonte, comandato dal maggiore Briatore, aveva il compito di occupare Monte Marrone (1806 m.) con un'impervia parete rocciosa di circa 800 metri a strapiombo su Scapoli.
La cima del monte venne occupata con un colpo di  mano da manuale il 31 marzo. La reazione nemica non si fece attendere. Il 2 aprile con una azione esplorativa, i Tedeschi si avvicinarono a 800 metri dalle postazioni italiane, per tornarvi il 3 aprile alle 5.30, più forti con l’intento di occuparle. Tornarono il 10 aprile, giorno di Pasqua. Gli Alpini della 1a compagnia vennero messi in difficoltà, ma l’intervento di quelli della 3a compagnia, appostati sul fianco fu determinante. Pasqua 1944. Nella notte si era sparato. I Tedeschi avevano vibrato un nuovo colpo di sonda contro le posizioni tenute dagli Alpini, ma erano stati respinti. Nelle loro postazioni di guerra, i soldati si apprestavano a trascorrere nel miglior modo possibile il giorno della Pasqua.

Nelle gole e sui crinali dei monti l‘aria era quasi immobile, il cielo fermo e coperto, il silenzio pressochè assoluto. Anche i cannoni, anche gli irrequieti mortai pareva non avessero troppa voglia di rompere con l’esplosione dei loro colpi il costante bagliore delle nevi e solo di tanto in tanto, come per abitudine, qualche colpo feriva la calma come a voler ammonire di non illudersi di qualcosa che in realtà non c’era. Posti qua e là, sui sassi e sulla terra smossa delle piazzole, penne nere, piumacci, baschi e bustine, davano il senso di un riposo esteriore che certo non era nell’animo dei suoi uomini. Passavano i comandanti sorridenti, da una postazione all’altra, recando doni semplici e buoni, Qualche sigaretta, un pacco, un augurio. Ma il cuore era al di là di quelle alture contese, in altre valli, sui crinali di altre montagne, tra i camini fumanti di un piccolo borgo  tra un flutto e l’altro del mare, di tetti di una grande città; sulle rive di un torrente o sugli scogli aguzzi di una costa; in una casetta appollaiata sulla cresta di una collina fiorita o tra rustiche mura in mezzo a lunghi filari di viti,  accanto ad alti pagliai.

Giorno di pace, nella guerra. Giorno di ansia in un'atmosfera di pace che era soltanto attesa di violenza. Nostalgie di tempi e cose lontane: ma la realtà si chiamava Pizzone e Valle di Mezzo; Casone del Medico e Monte S.Michele, e forse era lì, il significato della presenza di quei ragazzi sulle nevi di Cassino, era in quell’aria struggente di vincere una realtà che pareva imprendibile, di trovare finalmente la pace, quella vera, attraverso l’abbattimento di quegli ostacoli che parevano  muri d’acciaio.

Sul far della sera gli Alpini cantavano. Erano i loro canti di montagna che parlavano di mamme e di “ morose “, che riecheggiavano la nostalgie delle loro valli  e il dolore e l’amore, le selve e le stelle alpine.

Il coro delle loro voci poteva udirsi da lontano, si frangeva contro le roccie, ritornava a ondate e passava da una all’altra sulle posizioni, sulle postazioni. Aveva fatto zittire amici e nemici. Lo ascoltavano in silenzio stupìto ed assorto i cannonieri polacchi, i fanti italiani, i gruppi di collegamento inglesi e americani, i pochi montanari d’Abruzzo ancora disperatamente attaccati alla loro terra che ora sapeva di sangue, ma era la loro terra.

Era un canto che veniva da lontano ma pareva lì, accanto. Scendeva dai picchi più alti della montagna più alta ed era morbido e leggero, a volte minaccioso, a volte carezzevole. E dovevano udirlo anche i Tedeschi, perchè anch’essi erano montanari, anche essi erano Alpini e forse sentivano tutta l’assurdità di una situazione che li rendeva nemici di gente che aveva nel sangue lo stesso amore per il cielo e per i monti, la stessa struggente ansia di pace.

Questi, forse, erano i sentimenti di tutti i soldati, anche di quelli tedeschi, ma il comando germanico non poteva permettersi il lusso di adagiarsi sui morbidi sentimentalismi. Doveva guardare la realtà così com’era e così sembrava. Dal canto degli Alpini ad un ragionamento semplice e logico il passo poteva essere breve. Gli Alpini cantavano perchè era festa; cantavano perchè quando è festa l’Alpino canta e beve, beve e canta. Sul far della sera, devono aver pensato i capi germanici del settore, gli Alpini saranno cotti a puntino, saturi di vino e grappa, annegheranno nell’ultima strofa dell’ultima canzone il torpido sonno che segue ad ogni sbornia.

Alle tre del mattino d’improvviso si svegliarono le artiglierie germaniche, alle quali si unì un coro di mortai ed il Monte Marrone si animò dal fuoco delle esplosioni, come un vulcano che improvvisamente si sveglia da un lungo sonno. Ma gli Alpini del “Piemonte”  contrariamente alla previsione tedesca, erano ben sobrii e Dio sa quanto svegli. Gli attaccanti lasciarono sul terreno morti, feriti, armi e materiale di ogni genere rientrando nelle loro posizioni di partenza.

La presunta sbornia alpina di Pasqua non era avvenuta

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