Sveglia alle 5,30 e ordine di comandare una pattuglia per portare a Tolmino un alpino che ha quasi 40° di febbre. Faccio attaccare il mulo alla carretta e caricare l’ammalato su una coperta e un po’ di paglia. Controllo la pattuglia: totale 11 uomini, compreso l’ammalato e il sottoscritto.

Il cielo è sereno, ma la solita nebbiolina dell’Isonzo si allarga e distende un velo di foschia sulla vallata.

Dopo l’attraversamento della passerella procediamo assumendo le opportune misure di sicurezza: due uomini di punta distaccati in testa; a trenta metri seguo io e alle mie spalle, ben distanziati, l’alpino con il mitragliatore e il porta munizioni. Viene poi la carretta con l’ammalato e il conducente. Per ultimi, e più staccati, i rimanenti quattro alpini in retroguardia.

Dopo un chilometro il mulo si ferma.

Il conducente strepita, urla, bestemmia, tira, spinge; ma il mulo non ne vuol sapere di riprendere la marcia. Blocco la pattuglia e mi avvicino alla bestia per controllare se c’è qualcosa che non va: tutto regolare, bastatura e ferratura. Il conducente conferma: “...Eh sé, al è testart!” e, dopo essersi ispirato con una serie di moccoli, rifila un calcio nel ventre all’animale che subito si rimette a camminare.

Nel frattempo, senza che me ne rendessi conto, l’alpino portamunizioni è passato dietro alla carretta e sulla stessa ha deposto la cassetta delle munizioni per il mitragliatore.

Riprendiamo la marcia e, dopo aver percorso una cinquantina di metri, una raffica di mitragliatrice squarcia l’aria sibilandoci attorno. Sparano da destra e noi ci buttiamo nel fosso mentre il mulo cade colpito e l’ammalato, semi svenuto, scivola a terra.

Il tiro si fa più intenso. Sono diverse le armi che sgranano raffiche su raffiche: le palle fischiano rimbalzando sulla strada e sui sassi che ci riparano. Gli alpini rispondono con calma. E’ il primo combattimento della nostra vita.

Dopo qualche istante l’alpino addetto al mitragliatore mi grida che è senza munizioni e mi rendo conto che la cassetta è rimasta sulla carretta dove l’aveva sistemata il porta munizioni. Bisogna andare a prenderla! In questo momento non ragiono, non vedo né la morte né il pericolo. Vedo e penso solo alla cassetta che rappresenta la nostra unica speranza.

Frattanto il nemico ci grida: “Italiani arrendetevi! Vigliacchi! Vi bruciamo vivi!” e, sentendo ormai tacere il nostro mitragliatore, riprendono con un fuoco indemoniato. A un alpino che, intimorito dalla minacciosa ingiunzione e dal fuoco infernale dell’avversario, mi propone di arrenderci, spiano il mitra e rispondo: “Non dirlo una seconda volta!” Umiliato riprende il suo posto e si rimette a sparare.

Il nemico ha ora diminuito il fuoco. Pare che si prepari ad assaltarci. Metto fuori più volte il capo, ma non vedo nulla. Mascherati tra i cespugli. l’erba alta e le rocce, i partigiani sono appostati in posizione dominante. C’è il loro mitragliatore di destra che spara bene e ci impedisce qualsiasi movimento. Sporgo ancora la testa cercando di individuarlo, ma ... tra i tanti colpi ne sento uno in particolare; sento qualcosa che brucia la tempia sinistra. “E’ finita!” penso. Il sangue cola sul viso, sugli occhi, sulla giubba. Sono stordito, ma il pensiero fisso sulla cassetta rimane.

Mi butto fuori e, strisciando come un serpente, mi dirigo verso la carretta. Le pallottole mi rimbalzano attorno, alzo il busto, allungo il braccio e afferro la cinghia che penzola. Scaravento la cassetta al tiratore; con un balzo aggiungo il fosso, dal quale il nostro mitragliatore riprende a sparare.

Una gragnola di bombe a mano ci scoppia a pochi metri di distanza. Ordino “Baionetta!”. Il nostro mitragliatore continua a sgranare il suo rosario.

“Alpini! Avanti!” Lanciamo le nostre bombe a mano, come molle balziamo in piedi e con le armi spianate ci buttiamo all’assalto. Il nemico, preso in contropiede, ripiega e si dilegua nel bosco.

I miei alpini sono tutti indenni, hanno gli occhi fiammeggianti e il cuore in tumulto. Noi ci sistemiamo a difesa sui tre lati di un quadrato avendo alle spalle l’Isonzo.

Chiamati dalla violenta sparatoria, dopo un’ora accorrono rinforzi dal nostro caposaldo di Vollaria e dal campo trincerato di Tolmino. Si riparte immediatamente all’inseguimento, mentre le nostre armi di accompagnamento martellano tutta la dorsale.

Del nemico non troviamo che le umide tracce insanguinate. Verremo poi a sapere che l’avversario ha avuto un morto e diversi feriti. Io frattanto ho perduto molto sangue per la ferita alla fronte e svengo. Quando riprendo i sensi mi ritrovo di fronte il signor Colonnello Comandante, il Maggiore, il Comandante di Compagnia e il Maresciallo Agosti. Il Colonnello mi stende la mano e mi nomina sergente sul campo per merito di guerra.

Guardo in giro e vedi i miei alpini che stanno fumando e raccontandosela. Vedo a bordo del fosso il mulo morto. Povera bestia: lui il pericolo l’aveva fiutato, ... aveva ragione.

Gli strappo qualche pelo della criniera e lo ripongo nel portafoglio per ricordo.

 

                  (da "PENNE NERE SUL CONFINE ORIENTALE" di Carlo Cucut)

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