Novità n.n.

Sottotenente di complemento di Artiglieria da Montagna a Feltre, Gruppo Belluno, Batteria 42, a volte mi capitava di essere “Ufficiale di sorveglianza in città”; compito che veniva svolto regolarmente allontanandosi dalla predetta, con rituale fuga a Venezia e ritorno a notte fonda (tanto, non succedeva mai niente). Dormivo con un collega in una camera affittata presso la anziana vedova di un veterinario.

Quel giorno però c’era stato il congedo del “padri”, e i sottotenenti erano andati a Belluno a ossequiare il colonnello. Uno di questi, un friulano simpaticissimo e matto, in divisa lustra e con la sciabola e la sciarpa azzurra, al ritorno da Belluno si era fermato in tutte le osterie e, dopo aver percorso anche la via Mezzaterra a Feltre (dove ogni negozio è un’osteria di prima qualità) era finito al bar Roma, in stato di manifesta ebbrezza alcolica, inclinato di 45 gradi, farfugliante oscure frasi in lingua furlana.

Un brigadiere della finanza, che si trovava casualmente nel bar, doveva aver fatto commenti irriguardosi nei confronti del congedante. Non so cosa abbia detto, fatto sta che il sottotenente, in un momento di giustificato risentimento e forse per innato odio verso la Finanza, lo aveva aggredito prendendolo a sciabolate (per fortuna inoffensive).

Casino generale! Arrivo dei Carabinieri e altre manfrine di cui venne a conoscenza tutta Feltre, ... ma non io, ovviamente, che a quell’ora ero ancora a Venezia.

La mattina seguente, mi presento ignaro al colonnello comandante della caserma con il solito foglietti: “NOVITA’ N.N.”. Non ho mai più visto una persona così fuori di sé alla lettura di un foglietto. Ho preso una spazzolata superlativa, ma non sono stato punito (forse il colonnello era così agitato da non ricordarsi di prendere provvedimenti).

E sì che io mi ero attenuto alla regola aurea imparata sotto la naia: “abbiamo sempre fatto così”.

Passioni all’abbeverata


Un altro episodio mi capito mentre assistevo all’abbeverata muli.

C’era una mula, di cui non ricordo il nome, che era oggetto di un incredibile amore da parte del mulo Corvo, suo vicino nelle scuderie, che non si staccava mai dalla sua groppa e dava in smanie se la vedeva nei pressi.

Ebbene, quel giorno la mula era andata in estro e gli Artiglieri, contravvenendo al regolamento ma commossi da tanto morboso attaccamento, comportandosi da pronubi e paraninfi, acconsentirono a che Corvo potesse soddisfare le voglie della sua innamorata.

Dài e dài, a un certo punto Corvo non ce la faceva più. Ma la mula ci aveva preso gusto e dava visibili segni di gradire un ennesimo assalto.

E veniamo all’abbeverata. Staccati i muli dai loro anelli, un altro mulo, di prestante aspetto e dal nome evocativo Esposito, si fece sotto. Corvo, gelosissimo ed esausto, si portò velocemente dietro la groppa della mula in calore per parare le voglie di Esposito, e credeva, così facendo, di aver risolto il problema.

Ma aveva fatto i conti senza l’oste. Esposito, rozzo mulo ormai eccitato dalla visione di una rotondeggiante groppa, senza dire né ai né bai, saltò sulla groppa di Corvo tentando di montarlo e ben intenzionato a concludere un incontro amoroso, qualunque fosse il bersaglio.

Non lo avesse mai fatto! Calci, ragli, morsi e polverone.

Separati a fatica i pretendenti, riportammo i muli ai loro posti, non senza aver affidato all’infermiere veterinario delle scuderie la cura delle escoriazioni e dei lividi che si erano a vicenda inflitti i due focosi pretendenti sotto lo sguardo compiaciuto di una mula un po’ leggerona.

 Ufficiale osservatore ... avanzato


In occasione di un’esercitazione invernale “in bianco” mi era stato affidato il compito di “ufficiale osservatore avanzato”. Dovevo sbalzare con gli Alpini che simulavano un attacco a una postazione nemica.

Munito di una borsa della spesa contenente la cartina al 25.000, di un binocolo graduato, di racchette da neve e affiancato da un radiofonista (anche lui con racchette), avrei dovuto dirigere il tiro comunicando al Centro Tiro le solite frasi “allungate duecento, destra cinquanta” eccetera.

Ma i problemi saltarono fuori subito.

Era ormai febbraio e, sotto una crosta di ghiaccio, c’era un metro e più di neve marcia. Il radiofonista era un congedante alto uno e novanta (peso circa 110 chili), con una radio sulle spalle del peso di venti chili.

Ci portammo in linea ed eseguimmo il primo sbalzo ... di neanche un metro, dato che, pur munito di racchette, il radiofonista, così pesante ed appesantito, era sprofondato nella neve fino alla cintola. Tirarlo fuori fu una naja bestiale, dato che le racchette ostacolavano l’operazione. Aiutati dalle sue bestemmie e dagli Alpini, tirammo fuori il radiofonista completando lo sbalzo stando attenti a camminare come sulle uova.

Secondo sbalzo, radiofonista nuovamente sprofondato (come Farinata degli Uberti nell’avello, con gran dispitto). io tuffato nella neve, binocolo innevato e inutilizzabile, occhiali appannati ... Gli Alpini, senza più aspettarci, andarono avanti e ci lasciarono soli. E lì ci accorgemmo che - ciliegina sulla torta – la radio non funzionava.

Decisione immediata: defilarsi ... non dal fuoco di un nemico immaginario, ma dalla vista degli osservatori, generali e altre penne bianche che assistevano alla mia triste esibizione di arte militare. Riuscii a sbloccare il radiofonista bestemmiante e ci portammo dietro una baita, al sole e al coperto dagli sguardi dei superiori.

Gli ordini che avrei dovuto dare venivano diffusi da altoparlanti approntati per l’occasione per l’edificazione delle penne bianche. Il capitano della batteria, che aveva capito che non riuscivo né ad andare avanti né a comunicare alcunché, con italica prontezza, incominciò a fare anche la mia parte alla radio, fingendo di essere l’ufficiale osservatore avanzato (Peppa 25) che dava ordini alla batteria (Peppa 3) e fingendo di rispondermi.

E così le penne bianche sentirono questi dialoghi irreali: “Qui Peppa 25, Peppa 3, allungate duecento, destra cinquanta ... Qui Peppa 3, ricevuto, Peppa 25, allunghiamo duecento, destra cinquanta” eccetera, fino al termine dell’esercitazione.

Inutile dire che, il giorno dopo, fu ricevuto il solito messaggio dall’alto comando che elogiava la preparazione e l’alto spirito combattivo della truppa e degli ufficiali, ed il brillante svolgimento dell’esercitazione.

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