In fila indiana sfilano sei muli sotto l’Arco Monumentale di Via XX Settembre all’Adunata di Genova, dietro un cartello con su scritto “Reparto Salmerie”.

Sono un po’ più piccoli e mansueti di quelli che avevamo sotto la naja in Artiglieria da Montagna, ma ugualmente mi vanno andare col ricordo a “quei” tempi ed a “quei” muli. 

A dire il vero il primo approccio con il genere equino e derivati lo avevo avuto tanti anni prima, poco più che adolescente, a Sappada. Con il miracolo economico degli anni ‘cinquanta, si era ricominciato ad andare in villeggiatura, e la meta prediletta dei Triestini era Sappada, dove si prendeva in affitto un appartamento (in case perlopiù di legno) per passare qualche settimana, o un mese con moglie e figli in montagna. Costavano poco perché il miracolo economico non era ancora arrivato in quei paesi di montagna.           

Sappada non era quella di adesso. Molto più dimessa e modesta; i Sappadini parlavano un ormai quasi dimenticato dialetto tedesco molto gutturale e strascicato; le donne sposate, anche se giovani, vestivano rigorosamente in nero e portavano incredibili quantità di fieno e legna da ardere in enormi gerle di vimini. I Triestini venivano chiamati “i signori”, e come tali venivano trattati. I ragazzini villeggianti non legavano con i coetanei locali. Anzi spesso c’erano zuffe e battaglie con nutriti lanci di pigne. Io invece, anno dopo anno, d’estate e d’inverno, ormai avevo legato con i ragazzi di Sappada, e ormai nelle battaglie di pigne combattevo contro i Triestini, a fianco dei Sappadini. 

In borgata Kratter c’era un contadino che aveva tre o quattro vecchi cavalli, ed un’estate, prima di destinarli a diventare colla, pensò di raggranellare qualche soldo extra affittandoli ad ore ai “signori” villeggianti.

Assieme ad un amico sappadino io andavo ogni mattina a pulire la stalla, rifare le lettiere, e poi brusca e striglia due volte al giorno. In cambio il contadino mi concedeva due cavalli per un paio d’ore al giorno. Un cavallo per me, ed uno per la ragazzina che quella volta riempiva il mio tempo libero ed il mio cuore di adolescente. 

Una conoscente di mia madre, una “neo-ricca” di scarsa cultura ed ancor più scarsa intelligenza, venuta a sapere di queste mie pulizie della stalla, chiese scandalizzata ai miei genitori come permettessero che io andassi a fare lo “stallone”, provocando non solo qualche battuta salace da mio padre (toscano), ma addirittura un accenno di sorriso nell’asburgica imperturbabilità di mia madre (stiriana).        

Così imparai un po’ a stare in sella, cavalcando a staffa lunga per sentirmi più “cow boy”. Poi più nulla, finché non mi ritrovai di nuovo a fare brusca e striglia e pulire scuderie alla Scuola Allievi Ufficiali di Artiglieria da Montagna.

Pochi mesi dopo, su un passo al confine con l’Austria a quasi 3000 metri di altezza, mi trovavo in servizio di ordine pubblico. Era il periodo degli attentati in Alto Adige e diverse postazioni militari erano state oggetto di attacchi terroristici, ed io ponevo particolare cura per la sicurezza, predisponendo una trincea con sacchetti di sabbia, guardie diurne e notturne, e giri di ispezione nei dintorni, di notte a piedi con una pattuglia di Alpini, di giorno da solo … a dorso di mulo, cavalcando “a pelo”.

Faceva una certa impressione stare a cavallo del mulo su certi passaggi esposti, dove l’animale, abituato all’ingombro del basto, rigorosamente passava proprio sul ciglio del burrone, ma non ci facevo granché caso occupato com’ero a studiare il terreno per le “passeggiate” notturne della mia pattuglia, o ad osservare l’andirivieni di strani individui oltre il confine.

Ritornati in caserma, non mi lasciavo sfuggire l’occasione della “passeggiata muli” per farmi un bella cavalcata, sempre a pelo, con solo le briglie. Un giorno, volendo fare la passeggiata muli in tranquillità mi scelsi la mula più buona e pacifica del Gruppo. Il suo nome era tutto un programma: si chiamava Musica. Tanto passeggiava tranquillamente che rimase ultima della colonna, distaccata di un centinaio di metri.

Quando il resto della colonna scomparve dietro una curva del sentiero, Musica, sentendosi sola, si spaventò e si mise al galoppo per raggiungere i compagni. Io, preso alla sprovvista, tirai le redini un po’ troppo bruscamente e la mula, obbediente, si fermò. Ma lo fece di colpo, piantando i zampe in avanti ed abbassando la testa. Io le feci un contropelo sulla schiena e partii a volo d’angelo una decina di metri più avanti.

Credo che rinvenni quasi subito perché la mula era ancora accanto a me. Pesto e dolorante portai Musica vicino ad un masso che mi aiutasse a rimontare in sella, perché altrimenti, in quelle condizioni e senza staffe, non ci sarei riuscito.

Poi raggiunsi il reparto ma non dissi nulla: un Ufficiale che si fa disarcionare non è accettabile … e poi - diamine! - da una mula così calma e docile come Musica! 

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