Autunno 1965. L'aquila d'oro d'Artiglieria da Montagna sul mio cappello era ancora nuova e lucente, come pure i gradi da Sergente, il filetto da A.U.C. attorno al colletto ed il distintivo della Quarantaduesima Batteria del Gruppo Agordo di stanza a Feltre. Allora gli Allievi Ufficiali, finito il corso, dovevano fare un periodo da Sergente A.U.C. prima di ottenere il grado di Sottotenente.

Fu proprio verso l’inizio del mio “sergentato” che il Gruppo ricevette disposizioni di formare un reparto da utilizzare per l’Ordine Pubblico in Alto Adige. Destinazione: Passo Santicolo, a circa 3000 metri di altezza, sui monti ad ovest del Brennero.

Così partimmo una mattina prima dell’alba (come al solito sotto la naia!), un Tenente, due Sergenti, una ventina di Artiglieri ed un mulo. Era il periodo in cui, in Alto Adige, ancora imperversava il terrorismo anti-italiano, e noi tutti eravamo armati di sacro ardore patriottico (al limite dell’esaltazione fanatica) e sdegno contro o “magna-tralicci” che osavano mettere in discussione l’italianità di quelle terre.

           Una decina di noi, tra cui il Tenente ed io, venimmo accantonati nelle fortificazioni (parzialmente scavate nella roccia) volute da Mussolini lungo il confine austriaco al tempo dell’“Anschluss”, quando pensava di dover fare la guerra contro la Germania. Al nostro gruppo si aggregò anche un Brigadiere dei Carabinieri. Gli altri Artiglieri, al comando dell’altro Sergente, furono sistemati in una casamatta in una forcella ad un paio di chilometri verso ovest. Il mulo serviva per portare i rifornimenti alla casamatta, che era raggiungibile solo per un sentierino tra le rocce.

Era una zona bellissima, nonostante fossimo già nell’autunno inoltrato. Sotto di noi, oltre alcuni contrafforti rocciosi si vedeva la vallata di Fleres e, verso oriente, dietro un costone di pini mughi, si apriva la valle del Brennero.

Come addetto alla difesa, mi diedi subito da fare riattivando le vecchie trincee ed incorniciandole con muretti di sacchetti di sabbia. Un filo di nailon, con dei barattoli di latta vuoti, nei passaggi obbligati, ci forniva un rudimentale, ma efficiente, sistema d’allarme. Ogni giorno, inoltre, uscivo in pattuglia per ispezionare i dintorni e la zona tra noi e la casamatta, con la speranza di trovare e catturare qualche terrorista. Ma i “magna-tralicci” non si facevano vedere.

Decisi allora di fare anche delle pattuglie di notte, per cui mi scelsi tra Artiglieri tra quelli che avevano più fegato, anche se in caserma erano i più indisciplinati, e nelle notti senza luna cominciammo ad avventurarci dapprima lungo il confine, poi anche oltre per alcuni chilometri in territorio austriaco. Colpo in canna, facce dipinte di nero, due bombe SRCM nei tasconi, pazzi, decisi a tutto, anche allo scontro con la gendarmeria austriaca. Grotte, baite e casolari abbandonati venivano ispezionati con uno spavaldo: “Vado dentro io! Pronti con le bombe a mano: se mi ammazzano vendicatemi!”.

Per fortuna non incontrammo mai nessuno!

Una notte però vedemmo due teste sporgere dalle rocce sopra di noi. Si distinguevano nettamente contro il cielo stellato e si muovevano impercettibilmente come se guardassero giù. A turno due di noi le tenevano di mira con i Winchester, e gli altri due si avvicinavano strisciando tra le rocce, finché fummo abbastanza vicini da accorgerci, con grande delusione e smacco per il nostro orgoglio di grandi combattenti, che si trattava di due tronconi di travi (resti di una vecchia teleferica) cui lo scintillare delle stelle dava la falsa impressione del movimento. Ci guardammo bene dal parlarne con i nostri camerati che ci avrebbero preso in giro fino al congedo, ma continuammo imperterriti a fare le nostre sortite e le nostre imboscate notturne di qua e di là del confine.

Un giorno alcuni individui, risalendo dal versante austriaco (*), vennero a guardarci tenendosi a notevole distanza e senza varcare il confine. La cosa si ripeté spesso nei giorni successivi e, quando noi cercavamo di avvicinarsi, loro se la davano a gambe scendendo di corsa giù per i ghiaioni fino a scomparire tra i mughi ed i boschi della sottostante vallata austriaca, lasciandoci con un palmo di naso.

Ad un certo punto, stufo di questa pantomima, quando quelli cominciarono a correre, con la mia pattuglia di esaltati, passai per una forcella oltre il confine e tagliai loro la strada. Con un ginocchio a terra presi la mira con il fucile Garand (**) ed intimai l’“alt”. Li portammo con le mani alzate fino dalla nostra parte del confine, nonostante le loro proteste ed il notevole imbarazzo del Carabiniere subito accorso che, controllati i documenti e vista la non corrispondenza con le foto segnaletiche, li lasciò andare. Comunque ottenemmo che, da quel giorno, le visite lungo il confine cessassero immediatamente. Probabilmente ci avevano giudicato dei pazzi incoscienti più pericolosi di loro e decisero di lasciarci in pace.

Gli Artiglieri della casamatta, invece, erano dei bravi ragazzi e, a parte i turni di guardia, se ne stavano forse troppo tranquilli. Un bersaglio eccellente per un attentato, come infatti avvenne!

Nelle fortificazioni del Passo Santicolo io usavo dormire accanto alla radio ricetrasmittente che si teneva in comunicazione con la casamatta, ed una notte, alle prime luci dell’alba, l’improvviso gracchiare della radio mi svegliò di soprassalto: erano quelli della casamatta che erano stati attaccati e chiedevano rinforzi. Oltre alla voce concitata dell’Artigliere sentivo distintamente il rumore degli spari. Diedi subito l’allarme. Non credo di essermi mai vestito così in fretta come quella volta: c’era finalmente da menar le mani e non volevo perdere l’occasione. Il pensiero del pericolo non mi passava neppure per la testa. Niente elmetto! Con il cappello alpino nulla ci poteva accadere!            E via di corsa, il Tenente con una squadra dalla parte italiana del monte, ed io, con i miei tre esaltati, per la parte austriaca. “Così li becchiamo fra due fuochi – pensavo – Chi tocca gli Alpini della Cadore, se non scappa muore!” ... ed altre amenità del genere.

Invece i terroristi, forse erano anche loro degli esaltati, ma certamente non erano degli stupidi. Avevano calcolato il tempo che ci avremmo messo ad arrivare dal Passo Santicolo, sapevano che c’erano quattro matti che probabilmente sarebbero passati lungo il versante austriaco, e così, quando arrivammo, non trovammo più nessuno. Ci accertammo che nessuno fosse stato ferito. Un Artigliere della casamatta, pallido come la cera, mi fece vedere il suo fucile mitragliatore danneggiato da una pallottola: bastava che fosse stato un paio di centimetri più di lato e quella pallottola se la sarebbe ritrovata in testa.

Quando fece più chiaro arrivarono un paio di elicotteri pieni di”penne bianche”  e Carabinieri che, ispezionando la zona, trovarono parecchi bossoli ed alcune tracce. Poi se ne andarono e noi non sapemmo mai se fossero state fatte delle ulteriori indagini o se la cosa fosse finita lì. Un altro attentato contro i nostri soldati, per fortuna senza vittime.

Cadde la prima neve di ottobre, una notevole nevicata, e ci trovammo isolati dal Comando che si trovava in fondovalle. Riuscimmo però a riaprire il sentiero che ci univa alla casamatta nella forcella a mezz’ora di marcia ad ovest. Ben presto cominciarono a scarseggiare i viveri, ad eccezione delle patate che avevamo in grande quantità.

Bloccate anche loro dalla neve, una trentina di capre cominciarono a gironzolare attorno alle nostre fortificazioni per cercare cibo, belando incessantemente per il dolore alle mammelle gonfie di latte. Fu una fortuna per noi, che ci permise di tirare avanti a purè di patate col latte di capra per alcuni giorni finché fu possibile riattivare il collegamento con il Comando ed ottenere i rifornimenti. Fu una fortuna anche per le capre perché, se il nostro isolamento fosse continuato più a lungo, più di qualche capra sarebbe finita nel nostro rancio.

Ricominciò a nevicare e, considerando che quella zona ormai non era più praticabile né per noi né per i terroristi, ci fecero scendere a valle e rientrammo a Feltre.

Finì così la mia microscopica guerra contro i “magna-tralicci” austriaci. 

Non preoccupatevi, cose così non le farei più: sono passati tanti anni, ed ormai ho messo la testa a posto.

 


(*) Il versante austriaco, come spesso accade nelle Alpi, era molto meno ripido e roccioso di quello italiano, e, nei weekend era spesso meta di escursionisti e gitanti. La presenza di visitatori in giorni feriali ed il loro comportamento ci insospettì.(**)  Mentre di notte usavamo la carabina Winchester, più piccola e maneggievole, di giorno preferivamo il Garand che era più preciso ed affidabile.

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