E’ ancora buio e sono in dormiveglia, nel tepore del mio sacco a pelo. Mi sforzo di tenere gli occhi chiusi per strappare alla notte ancora qualche minuto di sonno; d’altra parte la sveglia del mio orologio non si è ancora attivata. Ma è del tutto inutile, visto che i miei compagni di tenda si prestano ad uno ad uno ad uscire dai sacchi a pelo, urtandomi ripetutamente. Colpa dello spazio, sempre scarso: la canadese a quattro posti, montata sotto la tettoia della casera, ci assicura a malapena il posto per dormire supini e depositare gli zaini all’interno della tenda, appena sopra le nostre teste.

E’ ora di muoversi. Esco a malavoglia dal sacco e sfilo dal suo interno il pantacordellino ed il maglione che hanno dormito con me: è un buon metodo per mantenere caldi i capi di abbigliamento che devo indossare per la marcia. E’ un espediente che ho imparato dagli alpini, e funziona. Mi vesto in fretta e metto le pedule  ghiacciate ai piedi: quelle non le metto nel sacco a pelo per motivi igienici e perché sono troppo ingombranti. Stringo i tempi per poter uscire dalla tenda ed affardellare lo zaino all’esterno, non per scarsità di luce, ma tollero mal volentieri la mancanza di spazio. Il non poter sistemare le mie quattro cose a piacimento, il timore di perdere qualche oggetto tra quelli degli altri, mi mette a disagio. Bramerei una tenda tutta per me, ma mi rendo conto che è pura follia. Allora ricordo i bei tempi del campeggio con gli amici quando l’ordine nella sistemazione delle cose non era affatto una necessità, ma una perdita di tempo. Qualche volta fa bene sognare.

Accendo la torcia elettrica, tenuta anch’essa nel sacco a pelo per evitare di scaricare le pile con il gelo notturno e mi guardo attorno: sotto la tettoia della casera, disposta a ferro di cavallo, decine di tende canadesi biposto, con alpini all’interno che si dimenano per prepararsi. Al centro, un ampio spiazzo ricoperto da un grosso cumulo di neve, parzialmente calpestata il giorno precedente dalla Compagnia. Il cielo è stellato e sta per albeggiare. C’è silenzio attorno, e qualcuno impreca per il freddo. All’interno delle tende, gli aloni delle torce elettriche si stagliano sul telo. Avverto una generale frenesia, come se tutti intraprendessero una corsa contro il tempo, nel timore di non riuscire a prepararsi in tempo per la marcia. Altri parlano sottovoce, quasi a non voler disturbare, ma siamo da soli in mezzo al nulla.

 

Il capitano non è ancora uscito e non sento la sua voce provenire da nessuna parte, così decido di prepararmi in velocità per guadagnare tempo ed andare a vedere il paesaggio. Ma bisogna prima smontare la canadese, con l’aiuto degli altri sottotenenti, tutti miei compagni di corso. Smontiamo velocemente il telo e lo ripieghiamo accuratamente per riporlo nella sua sacca. Stessa sorte anche per l’intelaiatura e per i picchetti. In quattro il lavoro è presto fatto; d’altra parte al riparo della tettoia il terreno è sgombero dalla neve. Gli zaini, ancora aperti, li riponiamo a ridosso della parete in pietra, per evitare di farli rovesciare. L’affardellamento è oramai una routine, una serie di movimenti collaudati, come in un gioco ad incastro in cui non occorre pensare più di tanto: è diventato un rito monotono e ripetitivo. Gli stessi oggetti sempre negli stessi posti. Una settimana di marce mi ha fatto acquisire oramai tanti automatismi.

Lascio fuori dallo zaino il fornelletto a gas e la gamella per riscaldarmi il te; i biscotti e la cioccolata li tengo in tasca. Decido che è il momento di andare a fare la pipì. Il capitano ha indicato la sera prima il posto dove orinare, onde evitare di trasformare i dintorni in un pietoso manto disseminato di chiazze gialle. E’ una procedura a cui tutti si devono conformare, sulla quale non transige. Mi allontano dalla casera e mi dirigo verso il percorso che il pomeriggio precedente ci ha condotti qui. Da li si può godere del paesaggio in un punto panoramico. Mi guardo attorno e colgo tutto il fascino dell’alba in una mattina di febbraio: tutto attorno uno strato omogeneo di neve bianca, morbida ed ondulata. Di fronte si intravede la pista da sci ancora deserta che scende dal rifugio Sappada 2000, ancora più a sud il Monte Siera, sulla mia destra il Monte Ferro, dietro di me la Casera d’Olbe, disposta a ferro di cavallo, dove ci siamo accampati. Ad ornamento del tutto la luce morbida e soffusa dell’alba, che colora con toni rosati e rosso pallido tutte le cime ed i rilievi, lasciando ancora al buio le vallate. Sembra impossibile non rilassarsi. Per non dimenticare quello che vedo, cerco di fissare il paesaggio nella memoria, ma non mi basta: prendo la macchina fotografica e faccio qualche scatto. Si tratta di una vecchia reflex dei miei genitori, che però funziona a dovere; un peso in più nello zaino, ma vale la pena tenerla sempre sotto la patella, pronta all’uso. Senza il suo prezioso contributo non potrei conservare a lungo ricordi così vividi.

Alzo lo sguardo e vedo il Monte Lastroni, la nostra prossima tappa; penso che tra qualche ora sarò la in cima, a 2500 metri, con il resto della Compagnia. La prima vera ascensione di questo campo invernale. Conosco le cime che mi contornano grazie dell’inquadramento topografico che avevo fatto alla Compagnia il giorno precedente, su ordine del capitano. Mi ero aiutato con la carta topografica dell’IGM, ma soprattutto con la carta dei sentieri “Tabacco” – la cara vecchia numero 01 - che tenevo sempre nella tasca laterale dello zaino e che ero solito consultare a tempo perso. Alla fine tutti gli ufficiali si muovevano con la Tabacco in tasca, perché le carte militari erano aggiornate agli anni cinquanta: alcune tracce erano divenute sentieri, le mulattiere erano diventate strade, alcuni gruppetti di case erano oramai piccoli centri abitati. Gli unici parametri davvero affidabili erano le curve di livello, ma era un po’ poco.

 

Decido di ritornare alla casera, sono stato troppo tempo fuori. Gli alpini fanno già colazione ed il capitano non si vede ancora. Preparo il mio te utilizzando l’acqua della bottiglia che ho nello zaino, mangio qualche biscotto e stacco un bel pezzo di cioccolata dal blocco che ho in tasca. Prima di chiudere lo zaino do un’ultima occhiata alla radio che il capitano mi ha affidato all’inizio del campo invernale, accuratamente sistemata sotto la patella, al riparo da urti accidentali. Un macigno, la cui sola batteria pesa un paio di chili. D’altronde è l’unica radio capace di funzionare in AM, permettendo di comunicare a valle la nostra posizione dai punti più reconditi, dove le RV3 sono inservibili, se non con un ponte radio. Tutto a posto, sono pronto.

Osservando i miei alpini vedo che sono quasi tutti preparati. Sono bravi ragazzi, non serve nemmeno fare pressione per accelerare i tempi: fuori dalla caserma si sono trasformati in un buon gruppo, armonico, compatto. Tra le montagne il rigore formale della caserma ha lasciato spazio ad un clima più rilassato, generalmente tollerato anche dal capitano. Faccio un giro tra di loro e mi rendo conto che sono quasi alla ricerca di un contatto umano con la truppa, di un dialogo, ma il distacco tra alpini ed ufficiali è sempre stato abbastanza marcato. D’altra parte è il tipo di rapporto che ha impostato il capitano con noi sottotenenti, ed è quello che abbiamo trasferito noi agli alpini, quasi inconsciamente.

<<Sain!!!>>. Mi giro e vedo il capitano che mi chiama. <<Comandi!>>. Mi precipito da lui. Lo raggiungo, mi metto sul riposo e lo ascolto. <<Fra cinque minuti mi raduni la Compagnia>>. <<Si, cinque minuti>>. Inspiegabilmente mi sembrava di buon umore, ma mi ero imparato a non fidarmi alle apparenze: poteva diventare un cane rabbioso da un momento all’altro. Quando si adirava parlava sottovoce e digrignava i denti guardandoti fisso negli occhi. I suoi cinque minuti non potevano diventare sei, ed io prendevo i suoi ordini sempre molto sul serio.

Il capitano è una figura carismatica, ma la sua autorità e determinazione stridono con il suo aspetto fisico forse un po’ buffo: bassa statura, occhialini rotondi, sguardo un tantino sonnolento. Alla fine però prevale il suo carattere, forte e dominante, di una persona che non ammette errori - nemmeno i suoi - con il risultato che tutti lo temono, ufficiali compresi, ma nessuno lo stima veramente. Sembra detestare gli alpini e la vita di montagna, non lascia mai trasparire le sue soddisfazioni – se mai ce ne sono state - ed utilizza le persone a lui subordinate come meri strumenti operativi a comando. Insomma, non è certo il tipo di persona con cui entrare in confidenza. Mai un sorriso, mai una ventata di buonumore. Insomma, un tipo da prendere con le molle.

 

Il percorso della giornata prevede il raggiungimento della cima del Monte Lastroni, a circa 2500 metri di quota, per poi ridiscendere ai laghi d’Olbe e guadagnare nuovamente quota fino al passo del Mulo, a 2350 metri. Da li bisogna attraversare la Val Popera e attraverso un dislivello di mille metri, scendere fino alla Val Visdende. Il gruppo logistico della Compagnia si deve infine attivare con gli ACL per trasportare le casse di cottura per il pranzo: l’arrivo a valle è previsto per il primo pomeriggio.

La sera prima avevo studiato il percorso sulla cartina topografica: sembrava tutto a posto, ma c’era sempre una variabile imprevedibile: il manto nevoso. La settimana scorsa aveva nevicato parecchio e sulla neve fresca e non compattata si procede a rilento. Tuttavia le buone condizioni meteo giocavano a nostro favore. Pensavo che con quelle condizioni meteo e con la Compagnia in piena forma, nulla poteva andare storto. Invece dovrò ricredermi: la giornata era destinata a prendere una piega non proprio favorevole.

 

<<Tra cinque minuti tutti pronti per l’adunata!>> grido, e qualcuno ha già gli zaini in spalla. Pian piano gli alpini si dispongono sullo spiazzo, all’interno delle mura della casera: a poco a poco si dispongono in modo più organizzato e si distinguono le squadre prima ed i plotoni poi. Sono in tutto una cinquantina di alpini, ma si muovono in silenzio e con relativo ordine. Controllo l’allineamento e la copertura degli alpini, ma le ondulazioni del terreno rendono impossibile la compostezza di una piazza d’armi. D’altronde nemmeno gli alpini sembrano particolarmente interessati a mantenere il rigore della caserma e ritengo la disposizione della Compagnia nel limite dell’accettabile.

 

<<Sain, mi presenti la forza!>> mi sussurra già spazientito il capitano. Mi giro, sull’attenti senza attendere oltre: <<Sessantanovesima Compagnia… at-tenti>>. I piedi che sbattono sulla neve producono un rumore risibile. Presento la forza con la stessa formalità tipica dell’adunata in caserma, quasi a voler sopperire all’insuccesso di un “at-tenti” di Compagnia praticamente impercettibile. <<Va bene, riposo>>. <<Compagnia ri-poso>>. Si parte!

 

Il gruppo di testa è formato da una squadra che funge da “battistrada”, dal capitano e da due sottufficiali. I sottotenenti sono in testa ai rispettivi plotoni, i caporali alle rispettive squadre. Io prendo posto in coda, con l’alpino che funge da assistente sanitario (A.S.A.), a chiudere la Compagnia. Fare l’ufficiale di coda non è certamente la mia ambizione, ma sono il più “anziano” tra gli S.Ten, così mi spetta, mio malgrado. L’effetto “molla”, inevitabile nelle marce, si fa sentire potente in fondo alla Compagnia, ma oramai dopo una settimana di uscite continue ho imparato a contenerne gli effetti: mi tengo sempre a debita distanza dall’ultimo plotone e non mi spavento se a momenti sembra scappare via. Lo riprendo da li a poco, mantenendo la cadenza dei passi ed allungando eventualmente la falcata. D’altronde a mio favore gioca il fatto che in coda la neve è sempre ben pestata e si procede con relativa facilità. E così riesco sempre a portare il gruppo di coda compatto fino alla fine della marcia.

Passiamo i laghi d’Olbe, ricoperti da un manto nevoso che li rende invisibili e giriamo a destra per il Monte Lastroni. La salita si fa subito dura, la Compagnia procede a rilento, calcando la neve fresca. In fondo, non ho la percezione di cosa stia succedendo in testa, mi sento fuori dai giochi, isolato. Procedo in silenzio assieme al mio ASA con il quale oramai, dopo una settimana di campo invernale, sono entrato in confidenza. E’ un bravo ragazzo, ma non è un grande camminatore. Talvolta devo incoraggiarlo e allungargli qualche pezzo di cioccolata.

Di li a poco un alpino “scoppia” e si accovaccia paonazzo, accanto alla traccia di neve pesta, aperta dalla Compagnia. Il mio compito è di raccogliere i malconci e non lasciarli da soli; eventualmente riportarli indietro in caso non possano proseguire. Fatico a credere che a nemmeno un’ora dalla partenza il mio alpino non ce la faccia già più. Evidentemente deve sentire nelle gambe le ripetute marce della settimana scorsa. Cerco di rinfrancarlo, consapevole che se lui non si schioda da li non potrò salire in vetta nemmeno io. Gli prendo il fucile e me lo metto a tracolla, accanto al mio. E’ il massimo che posso fare ed è un atto che ripeto praticamente ad ogni marcia con un alpino diverso. Potrebbe servire a farlo proseguire ancora di quel tanto che basta per arrivare su: sono sempre sette chili in meno sulla schiena. Ma non c’è nulla da fare, il mio uomo non si riprende e la sua rinuncia è anche la mia: oggi non salgo sul Lastroni!

Mi assale un sentimento misto di rabbia e di delusione, mi sento amareggiato, ingiustamente castigato. Maledico dentro di me il ruolo dell’ufficiale di coda e mi chiedo se non sarebbe più democratico farlo fare a rotazione tra i sottotenenti. Alla fine me ne faccio una ragione, ripromettendomi di ritornare in quei luoghi per conto mio, una volta terminato il servizio di leva. Non posso far altro che guardare impotente e da lontano il serpentone salire lentamente: poco dopo la 69A Compagnia è in cima.

 

A distanza di mezz’ora la Compagnia procede velocemente a ritroso per la stessa traccia utilizzata per l’ascesa; il gruppo di testa mi incrocia e mi sorpassa. Sorprendentemente il capitano passa e non ha nulla da dirmi, come se non si fosse accorto della mia assenza. Scorgo qualche sguardo di soddisfazione negli alpini che sono saliti in vetta, provando una punta di invidia. Ma mi accodo e seguo in silenzio. Ho poi saputo che uno S.Ten ha presentato la forza al capitano in vetta, cosa che avrei dovuto fare io come ufficiale più anziano, ma tutto sommato questo rappresenta per me il problema minore.

 

Ora si procede verso il passo del Mulo, guadagnando lentamente quota. Il percorso si snoda in costa e piega leggermente a destra per imboccare una ripida vallata. In estate, con il disgelo, al posto della neve deve esserci un ampio ghiaione. Il passo ora è visibile e sembra a portata di mano, ma il capitano ordina di estrarre le piccozze. Effettivamente le condizioni di innevamento ed il tratto di percorso alquanto ripido le rendono utili, e forse il capitano è rimasto scosso dell’alpino della scorsa settimana che è scivolato giù in un canalone, e per poco non lo perdevamo sul serio.

Il gruppo di testa raggiunge e sorpassa lentamente il passo; non vedo l’ora di arrivare li anch’io per scorgere il paesaggio dell’altro versante. Ma si procede molto a rilento e non riesco a spiegarmene il motivo. In coda le informazioni non arrivano; d’altronde chiedere spiegazioni via radio sarebbe stato improponibile, visto che il capitano non gradisce essere contattato.

Ogni pausa, contrattempo o decremento della velocità produce in marcia una perdita di tempo significativa: i tempi morti di un’intera Compagnia sono superiori a quelli del singolo e generalmente ci si adegua ad un ritmo più lento. Ma una volta giunto sul passo del Mulo tutto si spiega: la discesa sul versante opposto è insidiosa. La pendenza è marcata, lo strato di neve supera abbondantemente il metro di altezza, tanto che a camminare si sprofonda fino alla vita senza avere la sensazione di “toccare il fondo”. Inoltre lo strato superficiale risulta più compatto, ma non abbastanza da poterci camminare sopra con sicurezza: a volte la crosta superficiale tiene, a volte cede e si sprofonda di botto fino alla cintola, trascinati in basso dal peso del carico, muovendosi nella neve farinosa. Si fa una fatica boia perfino a procedere in discesa. La via deve essere messa in sicurezza e alcuni ufficiali e sottufficiali provvedono ad estrarre le corde dagli zaini, per allestire con le piccozze una sorta di “corrimano” a cui aggrapparsi per evitare cadute. La tabella di marcia ci vedrebbe molto più a valle rispetto ad ora, ma al momento non mi curo del tempo perso e addirittura approfitto della pausa per compiacermi del paesaggio sulla Val Visdende, chiusa dalla catena montuosa delle Alpi Carniche. Poco più a destra il Monte Peralba, meravigliosamente innevato. Il sole illumina i rilievi e la luce radente di febbraio regala un effetto di luci ed ombre che mettono in evidenza anche il più piccolo avvallamento. La temperatura è gradevole e penso che nulla avrebbe potuto guastare quella giornata, ma non sarà proprio così.

 

All’improvviso l’assetto della Compagnia si rompe, non si distinguono più squadre e plotoni e si forma un gruppo disordinato di persone, poco più a valle. Ancora una volta le notizie in coda giungono con il contagocce: qualcuno è caduto, sembra un alpino, non si sa di quale plotone. Forse si è fatto male, forse non sia nulla di grave, magari fra un po’ si rialza e si rimette in marcia, penso. Dentro di me spero almeno che non sia del primo plotone, il mio. Trascorsi una trentina di minuti la Compagnia in testa riprende a muoversi, ma mi pare di scorgere una persona distesa a terra, con un paio di alpini attorno. <<Furia 2.1.0, qui Furia 2.1>> Gracchia l’RV3. E’ il Capitano che mi chiama. Se è lui a contattarmi deve essere qualcosa di serio. Rispondo dal microtelefono che l’ASA velocemente mi passa. <<Abbiamo un alpino infortunato… io intanto porto giù la Compagnia… lei si occupi dell’alpino e chiami l’elisoccorso>>. Elisoccorso? allora è grave! Confermo e mi precipito letteralmente dall’alpino, assieme all’ASA. Nonostante la confidenza che avevo acquisito con la neve, impiego un sacco di tempo a scendere e mi capacito del forte ritardo accumulato. Effettivamente il nostro alpino è disteso a terra con una gamba dolorante, che non riesce a muovere. Camminando, il manto nevoso ha ceduto sotto i suoi piedi e gli ha bloccato la gamba, ma il peso del carico lo ha fatto cadere in avanti, danneggiando l’articolazione del ginocchio. La dinamica dell’infortunio mi fa venire i brividi. Non so se si tratta di frattura o di una brutta distorsione; sta di fatto che l’alpino è sofferente e siamo a mille metri di dislivello da valle con una persona che non muove un passo. Non c’è da scherzare e nemmeno da perdere tempo. Il Capitano una volta tanto ha ragione: elisoccorso, meglio prima possibile.

 

La Compagnia oramai sfila verso valle e la perdo definitivamente di vista. Con l’infortunato siamo rimasti io, l’ASA, due alpini ed un sottufficiale. Montiamo assieme la barella e infiliamo delicatamente l’infortunato nel suo sacco a pelo, visto che sta tremando vistosamente per il freddo. Infine assicuriamo sacco ed alpino alla barella, con una corda. Ci scappa quasi una risata, quando realizziamo che ci sembra di aver confezionato un salame, ma è necessario che l’alpino non cada dalla barella, visto che dobbiamo spostarlo in un punto favorevole all’atterraggio dell’elicottero. Purtroppo spostare la barella in mezzo alla neve, dove si fatica anche a camminare, è di una difficoltà mostruosa. Appoggiamo zaini ed armi a terra, ma si sprofonda regolarmente fino alla cintola. Ogni spostamento è estremamente difficoltoso perché ci costringe ad alzare l’alpino di peso. E’ allora che ci rendiamo conto che la barella a guscio, studiata per scivolare sulla neve, in realtà non è così facilmente manovrabile, perché va regolarmente a picco, sotto mezzo metro di neve. Non riusciamo a muoverci se non di una decina di metri, e con grandi sforzi. Decido intanto di contattare l’elisoccorso per guadagnare tempo, poi si vedrà.

 

Mi metto a smanettare con radio, pianta topografica e coordinatometro: per prima cosa devo conoscere la nostra posizione. In quel momento realizzo quanto sia inservibile la mia carta Tabacco, priva del reticolo chilometrico UTM. Mi sposto di frequenza con la RV3, girando nervosamente le manopole, con il microtelefono premuto fra testa e collo: <<Alfa Tosa Neve, qui Furia 2.1.0, passo>>. Attendo un attimo. Qualcosa mi dice che i soccorsi non risponderanno a breve, ma saranno necessari numerosi tentativi. Non so cosa pensare, è la prima volta che mi capita di contattare un elicottero, senza sapere da dove mi potrebbe rispondere e con l’intima convinzione che, come al solito, la radio potrebbe non prendere. Invece, all’improvviso: <<Avanti Furia 2.1.0>> ribatte sicuro il mio uomo. Sono sorpreso dalla loro risposta, giunta proprio al primo tentativo con una chiarezza che mi pare di sentire la voce provenire da dietro l’angolo. Tanto che per un attimo rimango immobile, non sapendo che dire. Un lungo istante di silenzio. Poi: <<Abbiamo un alpino infortunato, necessita di elisoccorso…inoltro coordinate nostra posizione: Uniform Mike, numerico…>>. Per fortuna ero stato ben preparato a rilevare la posizione sulla carta e ad inoltrarla correttamente. Benedico gli ufficiali della SMALP che tanto ci avevano strapazzato con le lezioni di topografia; Dio solo sa se avevano ragione. Il mio stile è forse un po’ troppo “scolastico”, ma l’importante è farsi trovare. Mi rispondono che sono in arrivo. Avverto gli altri e lancio un fumogeno ancora sigillato al sottufficiale, che si offre di spostarsi di qualche decina di metri su un rilievo adiacente, per segnalare la nostra posizione: agli occhi del pilota dovevamo essere dei puntini neri in agitazione ed il fumogeno verde lo avrebbe aiutato a trovarci.

 

Dopo una decina di minuti di sfibrante attesa avvertiamo in lontananza il rumore distinto di un elicottero,  che assomiglia un po’ al picchiettio di un martello pneumatico, di quelli utilizzati per rompere il manto stradale. Ma nonostante la giornata tersa, non si vede ancora nulla. Un alpino richiama la nostra attenzione verso nord: una sagoma nera procede verso di noi, sopra le montagne. Non riusciamo a valutarne la distanza, ma intanto ci prepariamo. Il sottufficiale accende il fumogeno che colora l’aria di verde, segnalando malamente la nostra posizione, visto che una brezza leggera sposta velocemente il fumo e lo diluisce fino a farlo quasi scomparire. Ma non mi preoccupo, perché procedono diritti verso di noi e comunque conoscono della nostra posizione, con un’approssimazione di qualche decina di metri. Infatti in un minuto sono sopra le nostre teste, facendo un giro preliminare di ispezione. L’elicottero inizia ad avvicinarsi e mi attacco alla radio attendendo istruzioni: ora siamo nelle loro mani. A pochi passi da me, il gruppo di alpini con l’infortunato in barella. L’elicottero si abbassa ma il fragore rende impossibile ogni comunicazione ed i granelli di neve viaggiano come proiettili, smossi dal turbine delle eliche. E’ praticamente impossibile tenere gli occhi aperti. Porto una mano davanti agli occhi a fare da schermo e intravedo tra le dita del guanto l’elicottero che si porta sopra l’infortunato con una manovra ardita: un pattino sfiora il suolo, l’altro è sospeso a mezz’aria, ma le eliche roteano troppo vicine alla neve, a causa della pendenza del terreno. Non oso nemmeno pensare che cosa sarebbe potuto accadere se le eliche avessero toccato terra. Io sono in una posizione sfavorevole: mi trovo proprio sotto le eliche, su un punto leggermente più elevato del gruppo di alpini. Ho paura, ed ho la sensazione che il pilota non mi abbia notato, visto che porta le pale ad un paio di metri sopra la mia testa, tanto che penso che avrei potuto quasi toccarle, alzandomi in piedi. Mi schiaccio letteralmente a terra ed è con grande sollievo che sento l’elicottero finalmente allontanarsi. Ma appena riesco ad aprire gli occhi, mi accorgo che l’alpino in barella è ancora a terra: la manovra era troppo difficile ed il pilota ha rinunciato.

Infatti mi contattano via radio e mi comunicano che bisogna spostare la barella in un punto più favorevole all’avvicinamento dell’elicottero, lontano dall’avvallamento naturale dove ci eravamo fermati. Parola, penso, visto che il punto più pianeggiante è a un centinaio di metri più a valle. Ci diamo da fare e sfruttiamo la traccia di neve pesta a zig zag lasciata dalla Compagnia in discesa, ma la fatica e la lungaggine dell’operazione sono disarmanti. La stanchezza inizia a farsi sentire, e lo strato di neve non ci aiuta. Finalmente dopo una ventina di minuti siamo di nuovo pronti: l’elicottero arriva ed inizia a calarsi, ma questa volta, forte dell’esperienza precedente, mi tengo abbastanza distante. Il problema è più o meno lo stesso di prima: la pendenza. D’altronde siamo in mezzo ai monti. Un pattino questa volta si appoggia sul manto bianco, l’altro è sospeso a mezz’aria, le pale ruotano ancora vicine alla neve. L’elicottero ondeggia appena ed il pilota è assai abile a mantenerlo fermo in quella posizione, tale da permettere il caricamento della barella. Un vero professionista. Anche il sottufficiale salta su e segue l’alpino. E’ fatta! L’elicottero si alza e ci lascia per l’ultima volta.

Sui nostri volti traspare soddisfazione. Siamo euforici, abbiamo centrato l’obbiettivo. Nulla di eccezionale, ma c’è la sensazione che il lavoro di squadra ci abbia premiato. Sono cose mai provate in addestramento e mi rendo conto che improvvisare sul campo non è poi così facile. E’ finita!

Ma invece siamo appena all’inizio: ci attendono ancora mille metri di dislivello fino a valle, in mezzo alla neve. Realizzo che siamo senza pranzo e inizia pure a farsi tardi: la giornata non dura molto. Inoltre la marcia si è prolungata molto più di quanto stimato in partenza. Do un’occhiata all’orologio: abbiamo ancora un paio d’ore di luce a disposizione. E’ meglio muoversi. Ora bisogna centrare un nuovo obiettivo e la mia principale preoccupazione diventa quella di non farsi sorprendere dal buio. Zaini ed armi in spalla, tutti pronti, si riparte.

 

Ben presto l’entusiasmo si assopisce. Siamo stanchi, le condizioni di innevamento non ci aiutano e soprattutto siamo a corto di energie, avendo saltato un pasto. Anche le mie famose cioccolate ed i viveri di riserva sono finiti. A causa del peso degli zaini, sprofondiamo spesso fino alla cintola, e rialzarsi diventa sempre più difficile. L’arma dell’alpino infortunato me la sono presa io e me la devo tenere stretta. Oramai il fucile “addizionale” è un ospite che mi porto appresso ad ogni marcia.

Fare una pausa è azzardato perché ogni minuto perso può essere un minuto in più da dover camminare lungo un percorso sconosciuto e scosceso, che al buio può diventare pericoloso. Il silenzio cala inesorabilmente tra il nostro gruppo. Ma il peggio deve ancora arrivare: poco dopo, finiamo anche l’acqua. A questo punto anche la sete si fa sentire, prepotente. Ognuno tiene le proprie frustrazioni per se, come a non volerle far trasparire agli altri, eppure tutti si rendono conto della situazione. Si soffre in silenzio.

Di colpo il fascino e l’entusiasmo che provo per la montagna si trasforma in un sentimento profondamente diverso. Non saprei se definirlo paura, frustrazione, o sensazione di essere improvvisamente impreparato nell’affrontare una difficoltà, molto banale nella sua drammaticità: siamo tardi.

Lo stomaco vuoto reclama, ritorcendosi su se stesso e provocandomi a momenti un profondo senso di nausea. Non ha mai protestato tanto e ne ha pienamente ragione. La gola secca chiede acqua e non posso accontentarla se non con l’immaginazione. Sconfortato, provo a bere la neve, ma la sensazione di sete non si assopisce.

Adesso il quadro completo della situazione è sconfortante: fame, sete, poco tempo a disposizione, neve alta e non compattata, ma soprattutto stanchezza, tanta stanchezza. Provo con un contatto radio verso la Compagnia - questa volta senza farmi troppi problemi - che ovviamente fallisce: siamo in una zona d’ombra. Ancora una volta ci portiamo a spasso il peso della radio senza poterla utilizzare. Ad un paio d’ore dal resto del mondo, ma completamente isolati, soli.

E’ la prima volta che provo una penuria di forze tale da farmi cedere le gambe: mi ritrovo spesso in ginocchio e rialzarmi mi costa una fatica indescrivibile. Il peso del carico mi trascina sempre più spesso a terra e la neve non mi è per niente amica. Quel bel tappeto morbido non mi dà sostegno, ma al contrario inghiottisce il mio corpo appena ne ha la possibilità. A questo punto la forma fisica, tipica di un ventenne, su cui potevo contare fino a prima, è un attributo inservibile. Mi manca il carburante e come per un motore a scoppio il destino è inesorabile: sono destinato a fermarmi. Non posso neanche compensare con la forza di volontà che tanto mi ha aiutato durante questi mesi di leva, perché la mia è una carenza fisica a cui non posso far fronte senza mettere qualcosa sotto i denti. Sento chiaramente che ho bruciato tutte le energie e non ho più nulla da spendere. Per dispetto non posso neanche contare su qualche strato adiposo di riserva: sono asciutto e tonico.

In più il cervello ha tanto, troppo tempo per pensare; lui ragiona in silenzio per conto suo e non sta dalla mia parte. I pensieri che vagano per la testa non sono positivi e la frustrazione fa da padrona. La stanchezza determina i suoi effetti negativi sulla capacità di decidere e valutare le difficoltà. Non sono più lucido. Il tempo si dilata, fino quasi a fermarsi. Ogni minuto, ogni secondo è esattamente uguale al precedente. L’unico segno tangibile del tempo che passa è l’inesorabile calare del sole.

Sui volti degli alpini colgo un’espressione di inquietudine che dev’essere visibile anche sul mio: percepisco chiaramente che siamo tutti nella stessa situazione, anche se nessuno pronuncia parola. Si va avanti per inerzia e basta. Non mi sembra vero il trovarmi in una simile situazione a poca distanza dalla vallata. Siamo in quattro, ma è come essere da soli. Non possiamo aiutarci l’un l’altro e fame, sete e stanchezza sono le nostre compagne di ventura. Immediatamente maturo la convinzione che la montagna può mettermi in difficoltà come e quando vuole; può trasformarsi da amica fidata ad acerrima rivale in un batter d’occhio. Mai più affronterò una marcia a cuor leggero. Colgo il significato di un’esperienza che mi farà maturare per il resto della vita.

Ma passo dopo passo, perdiamo lentamente quota, il manto nevoso inizia a diminuire e per noi è una manna. Con la radio chiamo ancora il capitano, questa volta con successo, chiedendo che ci mandi almeno un mezzo militare con una cassa d’acqua a prelevarci a valle, a risparmiarci almeno gli ultimi quattro o cinque chilometri in piano. Mi sembra il minimo. Arriviamo a valle con il buio, tanto che il sentiero non si vede quasi più e ogni spazio tra due abeti sembra la continuazione del tracciato. Sembra finita ma non lo è: a tratti rischiamo addirittura di perderci nell’oscurità del bosco. Sarebbe il colmo. Il tratto in piano sembra anche più lungo della discesa appena conclusa, forse perché ci siamo illusi di essere arrivati a destinazione, ma la strada carrabile è ancora lontana. Non provo nemmeno a consultare la carta o la bussola, perché non ne avrei la lucidità necessaria.

Ma finalmente la giornata inizia a girare per il verso giusto. In mezzo agli alberi scorgiamo una luce rossa… un’insegna fluorescente… ci avviciniamo ancora… strizzo gli occhi e leggo “BAR”. Bar? Bar! Non ci credo, sembra una presa per il culo: dopo aver sognato una fontana, una bottiglia d’acqua, un pezzetto di cioccolata, ci ritroviamo addirittura davanti un bar. E’ finita, è veramente finita. Non torna l’entusiasmo tra il gruppo, ma almeno possiamo lasciare alle spalle quei brutti pensieri che ci hanno accompagnato per tutto il pomeriggio.

Ci precipitiamo a turni dentro al locale e ci dissetiamo, in prima battuta. Incredibilmente non riesco a mandar giù più di un bicchiere d’acqua, nonostante ne avessi ordinato un buon mezzo litro. E’ un fatto che ancora ad oggi non mi spiego. Poi un pezzo di cioccolata a testa, in attesa dei nostri autisti che arrivano di lì a poco. Montiamo orgogliosi sui mezzi nei quali era stata caricata una cassa d’acqua frizzante, a questo punto risultata inutile. E’ finita, tutti a casa!

Arriviamo al nostro nuovo dormitorio, che scopro essere una chiesetta in legno in mezzo alla Val Visdende, dove sono previsti una marea di sacchi a pelo distesi sul pavimento di pietra. Pensavo di trovare il capitano ad aspettarci, per sapere dell’accaduto e degli sviluppi della giornata, vista l’ora tarda del nostro rientro, e invece niente, non so nemmeno dove sia finito. Mi separo dai miei compagni di ventura augurando loro una buona cena e soprattutto una buona dormita ed incontro gli altri sottotenenti, che intravedendomi nel buio mi chiedono informazioni sull’accaduto. Racconto tutto in tre parole ed apprendo che il capitano è in una locanda, poco lontano dalla chiesa, che sta organizzato una cena per ufficiali e sottufficiali: vado subito li per relazionarlo, ancora a stomaco vuoto.

Camminando nel buio scorgo le casse di cottura vuote, depositate in disordine a terra: la Compagnia ha già cenato. Buon per loro, noi non abbiamo nemmeno pranzato. Entro il locanda, un locale caldo ed accogliente, ma in quel momento qualsiasi topaia riscaldata farebbe al caso mio. Cerco in sala da pranzo e finalmente trovo il capitano: <<Sain…!>> mi grida. Mi preparo per un discorso-valanga, ma il seguito della sua frase mi lascia senza parole. <<Cena con noi stasera?>>. Penso di aver cambiato faccia, ma con molta freddezza rispondo: <<Si… grazie…>>. L’accaduto non lo aveva minimamente alterato: era trasparente, come se nulla fosse successo. L’alpino finito in ospedale era un fatto fisiologico, inevitabile, che faceva parte dello “stato di avanzamento dei lavori”. L’enorme ritardo della Compagnia nella marcia con gli alpini senza pranzo e la necessità di un elisoccorso non erano fatti rilevanti. Le vicissitudini del nostro gruppo di coda, giunto a destinazione di notte, con ore di ritardo, rischiando di rimanere bloccati in quota non erano di suo interesse. Quello che contava era la cena in locanda.

 

Quella sera a cena mangiai molto volentieri e per tutta la serata mi guardai bene dall’accennare al capitano della mia disavventura. Penso che non si rese mai conto di quello che suoi alpini hanno passato. Poco male. In compenso imparai a conoscere meglio il personaggio con il quale avrei dovuto affrontare ancora una settimana di marce. La stessa figura che non si scosse più di tanto quando, il giorno seguente, un alpino si fratturò un polso in marcia, scivolando sul ghiaccio; lo stesso personaggio che invece di interessarsi della salute del suo subalterno, chiese subito informazioni sull’integrità della radio che lo sfortunato alpino portava nello zaino. Purtroppo, nonostante la caduta, la radio rimase integra, per la gioia del nostro capitano che sembrava aver così risolto tutti i suoi problemi.

Ma questa è un’altra storia.

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