Gli arditi del Cadore stava scalando i roccioni di Selanij. Le batterie del Belluno e i mortai appoggiavano l’attacco; la cresta ed i fianchi erano avvolti dal fumo degli scoppi. Il sottotenente Zanibon, raggiunta la cima dei roccioni, inalbera il tricolore che aveva portato con sè. Era stato violentemente contrattaccato. i colpi dell’artiglieria e dei mortai avevano fatto sbarramento per impedire l’afflusso dei rincalzi greci. I nostri, ridotti in pochi per le gravi perdite subite, erano costretti a cedere il terreno, metro su metro, difendendosi a bombe a mano e si erano portati verso il salto di roccia. Zanibon si era avvolto nel tricolore ed era scomparso. Verrà trovato, a fine guerra tra i roccioni. La medaglia d’oro al valor militare premierà il suo coraggio.

 L’8 marzo 1941 il battaglione Feltre lasciò le proprie posizioni per l’attacco al nemico. All’alba del 9 il fronte era tutto in fiamme.

I Greci erano saldamente attestati sulla cima di Mali Spadarit. Gli alpini del battaglione Feltre, attraversando la valle che separava le alture di Vendrescia dallo Spadarit, si ripararono in una casa colonica in attesa dell’alba.

Al primo chiarore, cominciarono ad uscire dal temporaneo rifugio per iniziare la salita delll’erta. Una compagnia perdette i suoi primi uomini: il mortaio greco al terzo colpo centrò la colonna, pur molto bene defilata nell’alveo secco di un torrentello. Nel sottostante vallone saliva all’attacco del vasto pianoro trincerato in vetta allo Spadarit il sottotenente Piero Colombini. Avanzava a sbalzi, al centro del suo plotone, con i fucilieri a destra ed il gruppo con il mitraglatore a sinistra, tra i sibili e gli scoppi dei proiettili. Le sue corse in avanti erano seguite dal cenno di avanzare rivolto ora all’uno, ora all’altro gruppo dei suoi alpini e la distanza dal reticolato greco diminuiva velocemente. Con un ulteriore balzo lo raggiunse e, con freddezza, cominciò a scuotere uno dei paletti di sostegno, incurante del fuoco nemico che faceva di lui il più evidente bersaglio. Lasciò la presa e cadde. Il suo grido nella lontananza si disperse. Ebbe la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

 Chi è stato in Albania sa, per personale, triste esperienza, che i Greci con i mortai ci sapevano fare. I Greci li sapevano usare, i nostri no.

Il capitano Giuseppe Dal Fabbro, del 5° reggimento artiglieria alpina, divisione Pusteria, lanciò l’idea di costituire una batteria mortai da 81 mm., servita da artiglieri. Il generale Giovanni Esposito, comandante la divisione Pusteria, diede l’ordine di fare uno studio concreto di formazione, tiro e impiego, ed il comando di Corpo d’Armata diede l’ordine di formare un reparto mortai. La batteria era divisa in due sezioni; la prima, comandata dal capitano Dal Fabbro, prese posizione sul Bregu i Valasit, la seconda, comandata dal tenente Salza, allo Spadarit.

 La seconda sezione appoggiò l’eroica azione del Feltre lanciato alla conquista dello Spadarit, dove rifulse il valoroso sacrificio del tenente Silvano Buffa che, assunto il comando della 64a compagnia essendo stato ferito il suo comandante, con pochi uomini, scatta all’assalto, improvvisa l’azione, trascina guidando,.dirigendo, trasfondendo il suo coraggio: Calmo, mentre tutto intorno era piombo, fiamme, sangue, dolore, lamento dei feriti. Incauto nell’esporsi, giunge tra i primi sulla cima rocciosa e ineguale, contrastata dai Greci, con i suoi alpini insensibili alla fatica che mozza il respiro, al freddo, alla neve che acceca. Buffa, ancora ansante per il suo ultimo balzo, cade gravemente ferito, e ancora riesce dire al suo portaordini di comunicare al comando che aveva raggiunto l’obiettivo Prima di morire grida ancora con la voce arrochita: "Viva l’Italia".. . .

Viene decorato di medaglia d’oro al valor militare.

 

Arrigo Curiel

 

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